Rimini
Rimini
Percorrendo la parte estrema del corso d'Augusto in direzione opposta
al famoso Arco omonimo, si esce dalla Rimini "romana" attraverso un grande ponte, che
segna l'inizio della via Emilia , così come l'Arco d’Augusto segnava
la fine della Flaminia. (Le due maggiori strade consolari hanno dunque
a Rimini, quasi miracolosamente conservati i loro
due "termini" monumentali).
Si tratta del Ponte di Tiberio, costruito interamente in pietra (travertino)
d'Istria, a cinque arcate, in stile dorico e rappresenta uno dei più
notevoli ponti romani superstiti e permette di scavalcare il Marecchia,
l'antico Ariminus, il fiume che alla città ha dato il nome e il porto,
costituendone per secoli il limite settentrionale. Il ponte viene
detto di Tiberio ma in realtà è stato iniziato nel 14 d.C. per decreto
dell’imperatore Augusto e terminato nel 21 d.C. dal successore Tiberio,
figlio adottivo di Augusto (Ottaviano Augusto imperatore 27 a.C. -14
d.C.) e secondo imperatore di Roma (nel 14 -37 d.C.), come attestato
dall'iscrizione scolpita al centro delle 2 fronti interne dei parapetti:
IMP. CA(E)SAR DIVI F(ILIUS) AUGUSTUS, PONTIFEX MAXIM(US), CO(N)S(UL)
XIII, IMP(ERATOR) XX, TRIBUNIC(IA), POTEST(ATE), XXXVII, P(ATER) P(ATRIE);
TI (BERIUS) CAESAR DIVI AUGUSTI F(ILIUS),DIVI JULI N(EPOS), AUGUSST(US),
PONTIF(EX) MAXIM(US), CO(N)S(UL) III, IMP(ERATOR)
VIII, TRIB(UNUCIA) POTEST(ATE) XXII DEDERE
(L’imperatore Cesare Augusto figlio del divino Cesare ,pontefice massimo,
console per tredici volte, imperatore per venti volte, tribuno per trentasette
volte, padre della patria; Tiberio Cesare figlio del divino Augusto,
nipote del divino Cesare, Augusto, pontefice massimo, console per la
terza volta, imperatore per l’ottava volta, tribuno per ventidue volte,
donarono)
Il disegno, c’é chi sostiene, fosse di Vitruvio, architetto ed ingegnere
(attivo c. 90-20 A.C.) autore del trattato De Architectura scritto durante
il regno di Augusto (ed a lui dedicato). Non é notizia certa, ma secondo
Vitruvio, le qualità essenziali in qualsiasi edificio o costruzione
erano: utilitas, firmitas, e venustas “utility, firmness, and
delight”, qualità che il ponte di Tiberio possiede appieno.
Il Ponte di Tiberio e’ considerato uno dei ponti romani più notevoli
fra quelli superstiti; assai pregevole per il lato architettonico, questa
è un'imponente e massiccia opera classica.
La straordinaria solidità del ponte e la sua resistenza alle piene del
fiume, molto frequenti e violente, sono dovute all’ottima tecnica impiegata
dai suoi costruttori ed ai sottili accorgimenti a cui hanno fatto ricorso
i suoi progettisti.
Come già accennato, il Ponte di Tiberio é formato da cinque arcate a
pieno centro (a tutto sesto) in marmo istriano. I sei piloni di sostegno
sono obliqui rispetto all’asse del ponte, per favorire le correnti del
fiume. Dalle basi di tali piloni sporgono per 2 m. speroni lapidei che
servivano come frangiflutti. Ne furono costruiti sopra degli altri ma
non si sa di preciso il periodo. Altro documento importante della sapiente
tecnica dei Romani sono le fondamenta dei singoli piloni, essi non sono
disgiunti gli uni dagli altri ma formano un'unica fondazione, tale da
assicurare la stabilità più completa.
Il ponte misura in lunghezza m. 62,60 senza contare le testate, interrate
in parte.
La larghezza del ponte è di 8,65 m. La sede stradale è larga 4,91m.
Le arcate non sono tutte delle stesse dimensioni, quella centrale ha
luce di 10,50 e le altre variano dai 8,70 m. ai 8.80 m.
Questa opera, oltre che dal punto di vista tecnico, e’ veramente notevole
anche dal punto di vista formale e fu studiata ed ammirata da grandi
artisti come Giovanni Bellini, Andrea Palladio, Antonio da Sangallo.
L’effetto di grandiosità e d’armonia che caratterizza il monumento é
stato ottenuto con molta semplicità, sottolineando gli elementi essenziali
della sua struttura: l’imponenza dei piloni era esaltata dagli speroni
frangiflutti (ora interrati); l’armonioso digradare degli archi é sottolineato
dal rilievo delle ghiere e il piano stradale diviene percettibile per
la sporgenza di una semplice cornice sostenuta da mensole.
Questi elementi risaltano in tutta la loro purezza in un gioco plastico
sottilmente calcolato, e si compongono in un insieme unitario arricchito
dalle sobrie decorazioni di alcune delle chiavi di volta (si notano
alcuni emblemi in onore di Augusto scolpiti in rilievo) e dalle quattro
finestre cieche rettangolari (edicole) che, appena incavate, adornano
i piloni.
Lo stato di conservazione di questo monumento è quasi perfetto, in quanto
anche il parapetto in marmo è completamente integro.
Il Ponte di Tiberio rimase indenne anche dopo il passaggio di numerose
guerre.
Non si sa molto sulle vicende legate ad esso, si sa solo che nel 552
il goto Usdrila tagliò la sua arcata settentrionale, verso il borgo,
per impedire al generale bizantino Narsete il suo passaggio, per raggiungere
Roma. La stessa arcata subì dei danni per una piena del fiume nel Trecento.
Nel 1680 il ponte fu restaurato dal ferrarese A.Mantinelli per ordine
del Papa Innocenzo XI.
Nel 1742 le truppe spagnole, apportarono dei danni al ponte che fu però
in seguito risanato come reca un incisione fra due arcate (la prima
e la seconda) con su scritto “restaurato nel 1742”.
Nel 1944 i tedeschi in ritirata scavarono nei piloni dei fornelli per
mine che per fortuna non hanno fatto brillare. Dall’anno 1885 il ponte
è un monumento nazionale.
Questo magnifico ponte romano é in uso ancora oggi e sostiene il peso
di un intenso traffico cittadino. Il ponte non ha quasi cambiato aspetto
ma é invece molto cambiato l’ambiente tutto attorno.
La solidità del Ponte di Tiberio ha sempre destato grande meraviglia,
fino a creare la leggenda (peraltro diffusa in tutti i luoghi in cui
si trovano opere similmente ben conservate) del “ponte del diavolo”,
legata al mito di indistruttibilità di cui nei secoli il Ponte di Tiberio
si è fatto scudo.
La leggenda dice: “Ci vollero ben sette anni a Tiberio per portare a
termine la costruzione del ponte di Ariminum, iniziata dal padre. Durante
questi anni, risultò molto difficile riuscire a continuare l'opera.
I lavori procedevano molto a rilento perché ogni qual volta che si costruiva
un nuovo pezzo del ponte questi crollava o comunque non riusciva bene.
Sembrava un'opera edilizia destinata a non vedere mai la luce e a minare
la gloria dell'imperatore fin quando egli, dopo aver pregato invano
tutti gli dei giocò l'ultima carta rimastagli e interpellò l'unico essere
soprannaturale che poteva metterci lo zampino.
Tiberio invocò il diavolo e, pregandolo di venire in suo aiuto fece,
con il signore dell'oscurità il seguente patto: il diavolo avrebbe costruito
il ponte ma in cambio si sarebbe preso l'anima del primo che lo attraversava.
All'imperatore non rimase che accettare e il diavolo si mise subito
all'opera. Il ponte fu costruito nel giro di una notte; bello, solido
e imponente, stava lì, ad aspettare che lo si attraversasse. Venne il
momento dell'inaugurazione e il corteo ufficiale era pronto per la parata
quando all'imperatore venne in mente come liberarsi di quello scomodo
patto col diavolo. Tiberio ordinò che, in segno propiziatorio, prima
di tutti, sul nuovo ponte, dovesse passare un cane. Così fu fatto e
il diavolo, che aspettava la sua anima sull'altra sponda del ponte,
rimase a bocca asciutta. Satana, schiumante di collera per essere stato
buggerato così malamente, decise di vendicarsi all'istante e buttare
giù il ponte di Tiberio.
Calciò più volte con ira sulla pietra da lui posata, ma niente da fare.
L'aveva costruito indistruttibile e nemmeno lui poteva distruggerlo.
Così se ne dovette andare... a mani vuote (scornato). A testimonianza
di questo episodio rimangono alcune impronte caprine impresse su di
una delle grosse pietre poste all'inizio del ponte sul lato che guarda
la città.
C'è di vero che questo ponte romano si è guadagnato la fama d'indistruttibile
rimanendo in piedi per quasi venti secoli, sopportando per tutto questo
tempo il via vai del traffico cittadino e assolvendo "senza fare una
piega" alle sue quotidiane funzioni. Molti nel corso della storia vi
arrecarono danni o tentarono di abbatterlo, ma non riuscirono a scalfirlo.
Che sia veramente opera del diavolo?”

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